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martedì 6 luglio 2021

Curiosità palermitane: "Santa Rosalia monaca basiliana?"



Leo Sinzi ripropone qui un suo post pubblicato su "Palermo e Dintorni ma anche" in data 17.5.2016.

Nel mio immaginario, come - ritengo - in quello di tanti altri devoti alla Santuzza, ho sempre visto Rosalia Sinibaldi nelle poveri e informi vesti dell'eremita vagante nei boschi della Quisquina e di Monte Pellegrino.
Recentemente ho visitato il Museo Diocesano. Nella sala dedicata alla Patrona di Palermo ho potuto ammirare e fotografare una tela commissionata nel 1703 dalla Badessa del monastero basiliano contiguo alla Chiesa del SS. Salvatore sul Cassaro (odierno Corso Vittorio Emanuele). Opera attribuita al pittore palermitano  Giacinto Colandrucci  (*1646 +1707), allievo della scuola romana di Carlo Maratta. Raffigura Santa Rosalia, in abiti da monaca basiliana, incoronata di rose da due angiolini; nel pugno stringe una Croce patriarcale (a doppia traversa). Sembra che il quadro sia una delle tante repliche, con varianti più o meno significative, di una delle venti incisioni in rame commissionate a tal Francesco Negro dal sacerdote gesuita Giordano Cascini (*1565 +1635) per corredare, nel 1627, l'agiografia della Santa normanna. In effetti l'immagine richiama quella, settecentesca, della  Chiesa di Santa Maria del Gesù (Casa Professa) che troneggia sull'altare di una splendida cappella con addobbo parietale in marmi mischi e intramischi.

La tela del Colandrucci reca un cartiglio con scritta in latino che offre preziose informazioni, a partire dalla committenza e dall'anno di realizzazione. In esso si legge:


EFFIGIES S.ROSALIÆ VIRGINIS PANORMITANÆ EX TABULA OMNIUM ANTIQUISSIMA AB ANNO 1194, IN ECCLESIA SANCTE MARIÆ DE AMMIRATO CANONICORUM GRÆCORUM, IN MONASTERIUM DEINDE MARTURANENSE POST ANNOS 242, TRANSLATA IN MAGNI & ANGELICI HABITUS, AC BASILIANI ORDINIS MONUMENTUM SOROR HIPPOLITA LANCELLOTTA CASTELLI SECUNDO ABBATISSA POSUIT ANNO 1703. 

Da tale scritta deduco che le effigi sopraccennate (opere  dell'incisore F. Negro, del Colandrucci e di autore ignoto) a loro volta ricalcherebbero quella "omnium antiquissima ab anno 1194" che fu pala d'altare della Chiesa (di rito greco) di Santa Maria dell'Ammirato (Ammiraglio) e, 242 anni dopo, del vicino Monastero "marturanense".


La Santuzza, in abiti basiliani, nel quadro custodito a Casa Professa.
L'opera, di autore ignoto, si fa risalire al XVIII secolo.



Abbigliamento da suora basiliana (di rito greco) anche per la statuetta che svetta sull' Arca contenente le spoglie della Patrona di Palermo.


Post di Leo Sinzi


Pregevole Contributo del Lettore Eugenio M,. reso il 21 Luglio 2016:

La "tabula omnium antiquissima" sopra accennata, è un'icona in stile tardo bizantino che raffigura santa Oliva e i santi Elia, Venera e Rusalia (sic), e si trova oggi esposta presso il museo diocesano di Palermo. Si tratta della più antica immagine di santa Rosalia conosciuta, in essa la santa è raffigurata come monaca greco-ortodossa, non a caso l'icona si trovava nella chiesa greco-ortodossa di s. Maria dell'Ammiraglio (Giorgio di Antiochia). Quello di santa Rosalia è solo uno degli innumerevoli casi di santi siciliani le cui vite furono "corrette", emendate, o addirittura cancellate e riscritte dal p. Ottavio Cajetani e dai suoi confratelli gesuiti. Uno studio serio sulla figura di santa Rosalia è stato scritto alcuni decenni fa da mons. Paolo Collura, allora direttore del museo diocesano di Palermo. Grazie per aver riportato in luce questo pezzo di storia Palermitana.




AVVERTENZE: Gli scritti di questo Blog contengono informazioni che, ferma restando la buona fede dell'autore, potrebbero presentare qualche inesattezza. L'autore pertanto non si assume alcuna responsabilità per eventuali errori riscontrabili nei post ed inoltre si riserva il diritto di aggiornare, modificare e cancellare i contenuti del Blog senza preavviso.


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LE "SOFFERENZE CONDOMINIALI IN VERSI" DEL MEDESIMO AUTORE SU YOUTUBE

domenica 4 luglio 2021

Santa Rosalia nell'edicola votiva seicentesca

Immagine su lavagna.

Nel prospetto di un edificio, in Piazza Monte di Pietà - a pochi passi dallo splendido portale gotico della Chiesa di Sant'Agostino - si può ammirare un'edicola votiva che custodisce l'immagine di Santa Rosalia in estasi. La parte inferiore dell'opera marmorea riporta l'incisione dell'anno di realizzazione: il 1624. La medesima lapide reca i simboli tradizionalmente associati alla Santuzza: la Croce, il bastone e la corona di rose.
Si narra che il tempietto sia stato realizzato dai devoti nei pressi di via Panneria, ove si trovava la dimora (distrutta dai bombardamenti dell'ultima guerra) di Vincenzo Bonello, il saponaio che, trovatosi a cacciare sul Monte Pellegrino, ebbe la visione della Santa che gli affidò un messaggio per Le Autorità ecclesiastiche: le ossa ritrovate poco tempo prima in una grotta erano le sue e portate in processione per le contrade cittadine avrebbero sconfitto (come in effetti avvenne) l'epidemia di peste.
I Palermitani del quartiere usano raccogliersi in preghiera innanzi all'edicola e una volta l'anno, in quel luogo, celebrano la Patrona con riti religiosi e suggestivi festeggiamenti.




Il Festino in onore della Santuzza si svolge a Palermo dal 10 al 15 luglio.
Il "Fistinu ru Capu" per tradizione avviene in data successiva.




Leo Sinzi


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venerdì 25 giugno 2021

Cappella e Arca di Santa Rosalia in Cattedrale

 La Cappella di Santa Rosalia chiude la navata meridionale della Cattedrale palermitana.

Leo Sinzi ripropone qui un suo post pubblicato su "Palermo e Dintorni ma anche" in data 8.11.2013.



 Bassorilievi (1830) di Valerio Villareale (1773-1854) sulle pareti della Cappella di Santa Rosalia:
"Processione delle sacre spoglie" a SX e  "Santa Rosalia ferma il braccio all'angelo della morte" a DX.









L'arca che custodisce le sacre spoglie di Santa Rosalia venne realizzata nel 1631 (anno indicato nella scritta posta, in basso, tra le zampe dell'aquila senatoria) da maestri argentieri palermitani (Francesco Rivelo - Matteo Lo Castro - Giancola Viviano - Giuseppe Oliveri) su disegno di Mariano Smiriglio (1561-1636). Il prezioso manufatto barocco (pesante 1750 libre e costato 20.000 scudi) si compone di tre parti sovrapposte: il basamento, con l'aquila simbolo della città, e quattro putti che sorreggono l'urna con una mano mentre l'altra sostiene lo scudo con la rosa (attributo iconografico della Santa); il corpo dell'arca,  decorato con incisioni a basso ed alto rilievo (magnifici i quattro teatrini  con scene tratte dalla vita della Giovane Eremita ed i numerosi cherubini assisi sul bordo); il coperchio con sei ovali a bassorilievo che raccontano episodi legati alla Vergine di Quisquina , teste alate di cherubini sugli angoli ed all'apice Rosalia in abiti di monaca basiliana  nell'atto di sconfiggere il drago (la peste).
I palermitani, devotissimi alla Patrona, ogni 15 luglio usano portare l'urna con le reliquie in processione.


Particolare decorativo della parte apicale dell'urna barocca con la Patrona di Palermo in abiti di suora basiliana che schiaccia il drago  (Rosalia avrebbe vissuto per un periodo nel Monastero del SS. Salvatore, sul Cassaro). Sulla parete dietro l'arca è visibile la tela con la Santa dipinta da Giuseppe Velasquez (1750-1827).


Paliotto argenteo con splendido bassorilievo raffigurante Rosalia. Riconoscibili alcuni degli elementi iconografici che spesso accompagnano la raffigurazione della Santa eremita: TESCHIO (abbandono della vita terrena per quella trascendente e contemplativa); LIBRO SACRO (esistenza condotta nella parola di Dio); ROSE (Rosario, purezza); SCETTRO nella mano sinistra (discendenza dagli imperatori normanni).



Santa Rosalia, in abito di monaca basiliana, benedice dalla sommità dell'Arca e schiaccia sotto il piede il drago che simboleggia la peste. Il flagello colpì Palermo nel 1624, proprio l'anno del ritrovamento delle sacre reliquie della Santa in seguito al sogno rivelatore della popolana Gerolama La Gattuta ed alla successiva apparizione a Vincenzo Bonello. Quest'ultimo era un saponaio che, trovatosi a cacciare sul Monte Pellegrino (forse con propositi suicidi dopo la morte della moglie, vittima dell'epidemia), ebbe la visione della Santa che gli affidò un messaggio per le Autorità ecclesiastiche: le ossa ritrovate poco tempo prima in una grotta erano le sue e portate in processione per le contrade cittadine avrebbero sconfitto, come in effetti avvenne, il morbo.  Il 3 settembre 1625 le Autorità cittadine dichiararono debellata la peste.  Il  4 settembre è il giorno dedicato alle solenni celebrazioni in occasione della ricorrenza della morte di Rosalia da Sinibaldo. I devoti fanno l'acchianata alla Grotta-Santuario, recando talvolta ex voto.



 La Vara










 Si narra che la nascita della fanciulla, destinata alla santità, venisse preannunciata ai genitori da una visione avuta da Re Ruggero II, il normanno, che governò in Sicilia dal 1095 al 1154. Questi ebbe la ventura di ascoltare le parole di un Angelo : "ti annuncio che nascerà nella casa di Sinibaldo, tuo congiunto, una rosa senza spine". Maria Guiscardi, sposa del Conte Sinibaldo, Signore della Quisquina, effettivamente era cugina di Ruggero. Alla nascita della figlia, avvenuta nel 1130 ca., Sinibaldo si ricordò di quelle parole profetiche ed impose alla piccola il nome di Rosalia, derivante dall'unione di rosa e lilia (gigli). Una diversa versione vorrebbe come autore di quella profezia il figlio di Ruggero, Guglielmo I (il malo) insieme alla moglie Margherita di Navarra. Tale versione zoppica un po' in quanto Guglielmo nacque nel 1120, quindi aveva 10 anni quando  Rosalia venne alla luce. La giovinetta, cresciuta alla corte dei sovrani normanni, fu chiesta in moglie dal futuro re di Gerusalemme, Conte Baldovino. Convocata da Ruggero, si presentò con i biondi capelli recisi, a simboleggiare l'abbandono di ogni interesse terreno e la volontà di farsi sposa di Cristo. Dopo un periodo  trascorso in un monastero basiliano, scelse la vita contemplativa dell'eremita: nel Bosco di Palazzo Adriano prima e nelle grotte della Quisquina e di Monte Pellegrino successivamente. Sul promontorio che gli antichi greci chiamavano Ercta morì il 4 settembre 1160.











 


 








 La Cappella priva dell'artistica cancellata, rimossa per restauri.



Leo Sinzi


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domenica 20 giugno 2021

IL NAUTOSCOPIO A PALERMO

Leo Sinzi ripropone qui un suo post pubblicato su "Palermo e Dintorni ma anche" in data 2/8/2009

Coloro che in questi giorni si trovano a passare per il Foro Italico potrebbero pensare di essere protagonisti di un incontro ravvicinato del terzo tipo: sul lato Monte Pellegrino della villa a mare staziona, infatti, una specie di astronave dalla quale ti aspetti che sbuchino, da un momento all'altro, degli omini verdi. In realtà, trattasi di un prototipo dell'opera " NAUTOSCOPIO" progettato da un nostro concittadino, il Dott. Giuseppe Amato. Consiste in una struttura metallica posta a diversi metri di altezza su un asse che ruota su se stesso, corredata di lunghi bilancieri che assicurano un costante equilibrio. Al suo interno potrebbe ospitare delle rappresentazioni artistiche o semplicemente consentire ai visitatori di ammirare il panorama a tutto tondo.


Foto di Leo Sinzi G.C.



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sabato 12 giugno 2021

Il Genio di Palermo (Cuntu)

Edicola di Paolo Amato (1663) con il Genius Loci di Pietro de Bonitate (1483) nella nicchia centrale.

Peppino Cinà aka Leo Sinzi ripropone qui un suo post pubblicato su "Palermo e Dintorni ma anche" in data 3.2.2009.

Il cielo sereno e la temperatura mite invoglia a percorrere la città in lungo e largo alla ricerca del mitico Genio.

Con passo lesto arrivo alla Vucciria. Mi sovviene una lezione della  professoressa di lettere che, secoli fa, informava noi studentelli di una piazzetta di quell'antico mercato in cui si trovava, ombreggiata dai circostanti palazzoni, una statua del Genius Loci, protettore laico di Palermo.

Chiedo indicazioni al primo fruttivendolo che incontro. "Un sacciu nenti" mi dice, sospettoso.

Un passante, tra un morso e l’altro al pani câ meusa e ricotta (maritata), assicura che il Genio del Palermo è un certo Corini, e non sta lì.
'U frittulàru - intento a rimescolare la composta di residui di carne (da osso), cartilagini e calletti fritti nello strutto con la mano immersa nel panàru coperto da uno straccio - contesta tale affermazione giurando che l'unico veramente geniale fu Vernazza.

Frastornato, imbocco la via Argenteria Nuova spingendomi sino a Piazzetta Garraffo e... sorpresa! Eccolo là il Genio: dentro la nicchia di un'edicola, inserita nella facciata di un antico edificio, siede un misterioso signore con il capo incoronato ed un serpente attaccato al petto.
Una vecchina che si presenta come 'a Zâ Cuncittìna stende astràttu di pumaròru nta maìdda e intanto chiarisce che la statua simboleggia Palermo che nutre Scipione l'Africano, sostenendolo nella sua guerra contro i Cartaginesi di Annibale.

Genio di Piazzetta del Garraffo alla Vucciria ('u granni).

Soddisfatto scendo verso il mare, percorro un tratto di via Crispi, ed entro nel Porto. Incontro centinaia di croceristi che proteggendosi dal freddo polare (sic), portato dallo scirocco, con giubbini imbottiti di piume d'oca, sciarpe e passamontagna, sciamano per le vie della città.
Mi soffermo ai piedi del basamento sormontato da un’aquila acefala. Sul lato rivolto verso ponente noto una marmorea figura con un serpente tra le braccia: lo Spirito protettore numero due.
Non volendo, mi capita di ascoltare la conversazione di due turisti che sfoggiano colbacchi. L'uno asserisce che il Genio rappresenti il dio Saturno-Kronos (divoratore dei figli) che, dopo aver fondato Panormus, eresse la sua dimora sul monte Ercta (Monte Pellegrino); l'altro è certo che quell'altorilievo stia a ricordare ai miscredenti (ammonendoli) l’Essere trascendente che influenza il destino degli uomini.




Genio del Porto

Intimorito, attraverso la Cala con i pescherecci ormeggiati in darsena, m'incammino lungo il Foro Italico e lentamente arrivo in via Lincoln.

Vinto dalla stanchezza, crollo su una panchina di Villa Giulia.
Due colombi che stazionano sulla testa di una statua attirano la mia attenzione. Metto a fuoco l'immagine e... sommo gaudio: ho davanti il Nume tutelare numero tre.
Una coppietta interrompe le effusioni e avvicinandosi va lamentando la stupidità dei teppisti che hanno pensato (sic) di danneggiare una delle lapidi poste alla base del monumento. Secondo la ragazza, l'opera del Marabitti, risalente al 1778, rappresenta l'ospitalità della città verso gli stranieri.




Genio di Villa Giulia seduto sulla vetta di Ercta.

Sentimenti contrastanti mi accompagnano verso la Stazione Centrale.

All'incrocio con via Garibaldi decido di dare un'occhiata al Palazzo Aiutamicristo che nel 1535 ospitò Carlo V. Un artigiano, produttore di coppole, mi addita Piazza Rivoluzione con la suggestiva fontana sormontata da un vegliardo barbuto che nutre un serpente: il Custode dei destini panormiti numero quattro.
Apprendo, da uno dei duemila parcheggiatori abusivi, che il Pitrè narrò di un ricco navigatore solitario che colto da un'improvvisa tempesta naufragò sulla spiaggia palermitana. Entusiasta delle ricchezze offerte dalla natura in quell’approdo fece edificare una città (chiamata da punici ed arabi “Fiore splendido”).  In suo onore venne scolpita quella statua che lo raffigura con il corpo giovane, la testa di un vecchio e il serpente che succhia il sangue dal petto.




Il Genio di Piazza Rivoluzione seduto sulla roccia
 che simboleggia Monte Pellegrino.


Lasciata la Fieravecchia, percorro via Maqueda sino al Palazzo Pretorio.

Un vigile urbano molto erudito mi invita ad alzare gli occhi verso la facciata dell'edificio. Seminascosto sulla sommità dello stemma cittadino, il Magico Custode, immerso in una corona, con aria sorniona occhieggia il suo popolo in contemplazione. 'U Puntunièri aggiunge che analoga composizione scultorea si può ammirare sul frontespizio dell'Arsenale della Real Marina Borbonica: ove, però, la testa coronata esibisce una espressione furente.


Arsenale della Real Marina Borbonica

 
















Sul primo pianerottolo dello scalone che conduce al piano nobile mi fermo ad ammirare il Divino numero sei. Una scritta recita: "Panormus Conca aurea suos devorat alios nutrit".

Genio di Palazzo delle Aquile ('u nicu).


























La sgradevole immagine di un coccodrillo allo spiedo prende forma nella mia mente e mi accompagna lasciandomi un amaro sapore di incompiuto. 

Sotto i Bastioni di San Pietro, le mie papille estetico-gustative avvertono l'impellente bisogno di una scorpacciata di "bellezza divina". Salgo, a due a due, i gradini del vermiglio scalone che, dall'atrio del Palazzo Reale, portano alla Cappella Palatina. Sotto il portico d'ingresso - mentre pregusto la succulenta pietanza d'arte araba-normanna e bizantina - sollevo lo sguardo... e chi ti vedo? il Genio, in fattezze musive, sta lì ad interrompere la teoria di immagini con Re David e il figlio ribelle, Asalonne. Il Nume è attorniato da animali simbolici (aquila-Palermo, cane-fedeltà ai Sovrani, serpente-nemici da schiacciare). Nel medaglione legato agli artigli dell'aquila sono i ritratti dei committenti:  Ferdinando III  (detto "Re Nasone") - Re di Sicilia dal 1759 al 1816 e Re delle Due Sicilie dal 1816 al 1824 col nome di Ferdinando I -  e la reale consorte, Maria Carolina d'Asburgo. 
Con l'acquolina in bocca, varco la soglia

mentre, per associazione d'idee, il pensiero corre ad una figura  dipinta, sorprendentemente, sul fercolo processionale di S. Agata (Sec. XVIII) custodito presso il Museo Diocesano. Tale macchina devozionale mostra infatti, tra i pannelli decorativi, il Genio, patrono (protettore) laico di Palermo che solleva un neonato (presumibilmente S. Agata, una delle quattro patrone religiose della città prima dell'avvento di S. Rosalia) sotto lo sguardo di Dio padre e Angeli. Sembra un passaggio di consegne.


Soddisfatto di cotanto banchetto, riprendo a percorrere le vie di una Città che fu Reale e Nutrice.



Peppino Cinà aka Leo Sinzi


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mercoledì 9 giugno 2021

Centri Commerciali e Torri di guardia

28.12.2013 - Sarà semplice casualità o arguta strategia difensiva (contro i taccheggiatori?😄), sta di fatto che i Centri commerciali palermitani di Roccella, Borgonuovo e Zen hanno alzato le loro mura nei pressi di quelle - ben più poderose - di tre torri di guardia del XV e XVI Secolo.
Torri accomunate oltre che dallo stile e dall'epoca di costruzione anche dalla corona di merli ghibellini che ne chiude l'ascesa verso il cielo.


 













TORRE INGASTONE (Sec. XVI)


Domina il più Grande Centro Commerciale di Borgo nuovo.
Prese il nome dal Giudice della Gran Corte Francesco Ingastone.
Si trova in Contrada "Pietrazze". 
Venne eretta a protezione del Passo Celona che conduceva al Monte Billiemi (famoso per le cave di marmi grigi).



 


 TORRE CARMINE (Sec. XVI)

Proprietà privata.
Ubicata ai bordi dell'Autostrada PA-CT, nei pressi di Villabate, proteggeva le rive meridionali della "Favara" (dall'arabo Al-fawwara, che significa Sorgente).
La torre è ben riconoscibile dai merli a coda di rondine (ghibellini) nei quattro angoli dell'attico, da cui è ben visibile il mega Centro Commerciale di Roccella.




TORRE SESSA-VERDE (Sec. XV).

Attiguo ad essa, nella Piana dei Colli (Fondo Raffo) si trova l'ipermercato, a suo tempo, realizzato dal Patron rosanero.
La struttura era posta a difesa della sorgente Aygade.
Prese il nome da due facoltosi proprietari.






Leo Sinzi G.C. (zio-silen)


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"L'Anacoreta del Semaforo Borbonico"


Leo Sinzi ripropone qui un suo post pubblicato su "Palermo e Dintorni ma anche" in data 29.4.2014 

- Chissà quanti palermitani transitando lungo l'A29, Via Lanza di Scalea, Via dell'Olimpo, Via Monte Ercta sul  Pellegrino e zone limitrofe hanno lasciato vagare lo sguardo lungo lo skyline dei monti che chiudono la città a settentrione fino ad incontrare un torreggiante edificio  posto sul cucuzzolo di Monte Gallo a dominare Mondello e Sferracavallo. Per chi non lo sapesse, si tratta del "Semaforo Borbonico". Postazione di vedetta della marina militare, al tempo della dominazione borbonica (1734-1860), dotata di apparecchiature per impartire ordini, tramite segnalazione, ai vascelli in avvicinamento. 
Vi si arriva inerpicandosi lungo i tornanti di Via Tolomea e Via del Semaforo, che fiancheggiano le ville sospese di Pizzo Sella, percorrendo l'ultimo tratto a piedi.
Da circa venti anni - dopo un lungo periodo di abbandono e incuria - sarebbe diventato la dimora di un misterioso eremita che il tamtam popolare vuole risponda al nome di Israele. Nome che appare più volte tra i mosaici che rivestono gran parte delle pareti e dei soffitti.
Nelle borgate marinare si narra che Israele - allontanatosi dal mondo materiale per curare  la sua elevazione spirituale - abbia scelto quel luogo per farne una sorta di santuario unificante aperto ai cristiani e non solo; abbia, inoltre, ristrutturato personalmente l'edificio e curato l'addobbo musivo  realizzato con minuscoli ciottoli marini policromi e tessere di vetro parimenti colorate. I mosaici, suggestivi ed esteticamente gradevoli, assurgono a vera forma d'arte povera. Essi compongono figure simboliche, solitamente geometriche, tra cui spiccano, oltre alle croci ed alle stelle raggiate, diversi esagrammi che richiamano il Sigillo di Salomone o la Stella di David.
Una scritta su un masso qualifica la strada per il Semaforo come "Via Santa". 
Una scaletta metallica si snoda all'interno della torretta curvilinea su cui si aprono feritoie verticali.
Il corpo principale della torre finestrata ha, invece, forma ottagonale e presenta un cornicione d'attico.
Un piccolo esercito di angeli stilizzati occupa ampie zone della facciata, quasi a proteggere il luogo dagli intrusi. 
Quanti si sono spinti fin lassù concordano sulle mistiche atmosfere che offre quel luogo aperto ai visitatori, i quali, volendo, possono lasciare del cibo e, se fortunati, incrociare l'anacoreta che, a quanto pare, suole allontanarsi alla vista degli estranei che potrebbero turbare la sua vita ascetica.

 

Il Semaforo Borbonico si trova, a 527 metri di altezza, sul Monte Gallo che, unitamente all'omonimo Promontorio, rientra nella Riserva Naturale Orientata di Capo Gallo, 586 ha circa, istituita il 21/06/2001 e gestita dall'Azienda Foreste Demaniali della Regione Siciliana.



Le foto di Leo Sinzi sono state scattate con teleobiettivo da Via Lanza di Scalea.



 Leo Sinzi G.C. 


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