Anno 2014, prima domenica di maggio. Grazie all'iniziativa denominata "Invasioni Digitali" - diretta a veicolare la cultura attraverso l'immagine - mi viene offerta l'occasione di visitare il Teatro Massimo V. E. in lungo ed in largo, inclusa la zona del palcoscenico solitamente nascosta dietro le quinte. Gentili guide accolgono lo scrivente ed altri amanti dell'arte all'ingresso principale per condurci sia nei luoghi di facile accesso sia in quelli più remoti . Ogni sosta ci dà la possibilità di acquisire notizie sulla vita del Tempio della lirica: i preparatissimi ciceroni, con dovizia di particolari, ne illustrano storia, architettura, aspetti tecnici, addobbo decorativo con rimandi agli autori delle opere d'arte, aneddoti, leggende e quant'altro.
PIAZZA VERDI
Apprendo, tra l'altro, che l'origine del mirabile edificio va fatta risalire al 10 settembre 1864, data in cui Antonio Starrabba (*1839 +1908), Marchese di Rudinì e Sindaco di Palermo (fu anche Ministro degli Interni e Deputato), fece pubblicare il bando di concorso cui parteciparono dozzine di concorrenti. La spuntò l'insigne architetto palermitano Giovan Battista Basile con il progetto di un edificio in stile "eclettico": armoniosa commistione di espressioni artistico-architettoniche in auge nei luoghi e nei tempi più disparati.
Confidando nella tenuta della mia memoria, riverso qui alcune informazioni elargite dai cortesi ciceroni. L'area edificabile (ca. 7700 mq) prescelta si trovava all'ombra del Baluardo San Vito, laddove insistevano pregevoli complessi religiosi . Ricordiamo le Chiese di Santa Marta e di Sant'Agata (quest'ultima detta "delle Mura de li Scorruggi" perchè contigua alle antiche mura civiche); il Monastero francescano - costruito sulla "strada nuova" (Maqueda) nel 1602 da Fabrizio Branciforte, Principe di Butera, per la figlia Imara che ne fu Superiora - con annessa Chiesa delle Stimmate di San Francesco (intesa Badia delle Dame in quanto il convento era aperto solo a 50 nobildonne entrate nell'Ordine delle Clarisse); il Monastero e la Chiesa delle Monache Teatine sorti sui resti della medievale Chiesa di San Giuliano che diede il nome al rione.
Per ricavare la spianata di ca. 25.000 mq, nel 1877 venne sacrificata anche l'ultima delle tre versioni di Porta Maqueda.
La posa della prima pietra venne celebrata - il 12 Gennaio 1875 - in presenza di Emanuele Notarbartolo (combattente con i Mille di Garibaldi, Sindaco di Palermo, banchiere, caduto per mano mafiosa nel 1893).
I lavori di costruzione, affidati all'Impresa dell'Arch. Cav. Giovanni Rutelli (padre del noto scultore Mario ed esperto di architettura greco-romana) e dell'Arch. Alberto Machì, iniziati nel 1875 furono sospesi per la prematura scomparsa dell'Arch. G. B. Basile, avvenuta il 16 giugno 1891. Questi, nel suo progetto, prescrisse che l'involucro murale e le opere accessorie venissero realizzate in nuda pietra da taglio (calcarenite, marmo grigio) delle Cave di Solanto, Aspra, Monte Billiemi e Cinisi; alla cui
lavorazione fu adibita una squadra di intagliatori appositamente addestrata. Il genio del Basile
partorì - per il sollevamento dei grossi blocchi - una particolare gru a vapore in grado di sollevare pesi di otto
tonnellate fino a 22 metri di altezza. Alla morte, gli subentrò il figlio Ernesto (* 31 Gennaio 1857 +26 agosto 1932), professionista-artista di fama internazionale e magistrale interprete dell'Art-nouveau in Sicilia, che chiuse i lavori quattro anni dopo. Costo dell'opera ca. otto milioni di lire.
L'inaugurazione - il 16 Maggio 1987 - si tenne con il Falstaff di Verdi diretto dal Maestro napoletano Leopoldo Mugnone (*1858 +1941). Il primo titolo del cartellone lirico fu La Gioconda di Amilcare Ponchielli, su libretto di Arrigo Boito, con il grande tenore Enrico Caruso (*1873 +1921).
Ente autonomo dal 1936 e Fondazione dal 1998, le sue porte rimasero serrate per oltre venti anni (dal 1974 al maggio 1997) per interventi di ristrutturazione e restauro. In questo lasso di tempo le stagioni liriche, concertistiche e di balletto vennero svolte nel vicino Teatro Politeama Garibaldi.
Il Massimo è il più grande teatro italiano a vocazione lirica ed il terzo in Europa, preceduto dall'Opera National de Paris (1860-1875) e dall'austriaco Vienner Staatsoper (1869).
IL PRONAO
Il Pronao è l'elemento architettonico maggiormente fotografato dai
turisti. Le sue linee, dal palese richiamo ellenistico, sono evocative e
suggestive. La trabeazione è sorretta da sei colonne in stile corinzio.
Il frontone sommitale mostra alle estremità due mascheroni tragici. Il fregio sopra l'architrave compone la scritta: "L'arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l'avvenire", di autore ignoto. Di grande impatto estetico sono i lacunari a scacchiera del soffitto.
La parete destra del pronao accoglie
il busto di Vincenzo Bellini (1801-1835).
I LEONI DELLO SCALONE
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L'enorme scalone monumentale, dai rimandi barocchi, è sostenuto sui lati da possenti muri che fungono anche da piedistallo dei due leoni bronzei. Assise sui feroci felini sono due allegoriche figure muliebri che rappresentano la "LIRICA" dello scultore Mario Rutelli (*1859 +1941) a SX e la "TRAGEDIA" di Benedetto Civiletti (*1845 +1899) a DX.

Tondi a bassorilievo sulla facciata del Teatro a simboleggiare Danza e Musica.
BUSTO DI VERDI
Nella villetta è il busto bronzeo di Giuseppe Verdi (*1813 +1901), intensa scultura di Antonio Ugo (*1870 +1956). Del Cigno di Busseto, tra le tante meravigliose composizioni, ricordiamo: l'Aida; il Trovatore; il Nabucco; l'Otello; La Traviata; Rigoletto; I Vespri siciliani; ecc.
L'INGRESSO PRINCIPALE
Colonne e lacunari del Pronao viste dal Foyer
IL VESTIBOLO
Ascesi a passo di carica i trenta gradini dello scalone dei leoni
e attraversato il pronao, mi ritrovo nel grande Foyer dove è esposto un
modellino del Teatro. Mi sfugge la spiegazione della guida in merito a
quell'oggetto ligneo, ma forse si tratta di quell'esemplare unico
accluso al progetto con cui l'Architetto G. B. Basile partecipò alla
gara del 10 settembre 1864. Nel lato opposto del vestibolo è situato il
busto del medesimo Architetto, frutto della pregevole arte dello
scultore e medaglista palermitano Antonio Ugo (*1870 +1956). Le
numerose aperture del salone sono inquadrate da paraste decorate con
bassorilievi dorati e capitelli sommitali. Sulla parete opposta
all'ingresso spicca un bassorilievo a tema epico di Mario Rutelli (*1859
+1941) inserito in una cornice dai barocchi cartigli e cordoni dorati.
L'addobbo decorativo parietale si deve allo scultore e intagliatore
Salvatore Valenti (*1835 +1903) ed allo scultore Gaetano Geraci (*1868
+1931).
SALA DEGLI SPECCHI
Dal Foyer entriamo nella Sala degli otto specchi che, oltre ad espandere l'ambiente con il gioco dei riflessi, stimola l'umana vanità. Quattro colonne doriche sorreggono il soffitto a cassettoni con dipinti floreali e lampadario di gusto liberty. Nella foto di Leo Sinzi è visibile anche l'accesso alla platea.
SCALA INTERNA
La Sala degli specchi si apre sulle scale interne con ringhiera e decori di impronta floreale.
Tali scale conducono ai palchi ed al loggione.
La simpatica fanciulla che ci accompagna, raccomanda di non inciampare nell'ultimo gradino, peraltro segnato da una banda nera. Poi mitiga stupore e preoccupazione suscitati negli astanti raccontando la leggenda del Fantasma dell'Opera: una monaca del Convento, abbattuto per fare spazio al Teatro, che rifiutava di lasciare la sua ex casa claustrale ed il suo sepolcro.
LA SALA
Il Palcoscenico, munito di piattaforma girevole, vanta un sipario storico (1895 ca.) - opera romana del pittore Giuseppe Sciuti o Sciuto (*1834 +1911), originario di Zafferana Etnea. Racconta del normanno Ruggero II diretto, con il corteo, alla Cattedrale per esservi incoronato.
La Sala (450 mq), rinomata per l'eccezionale acustica, si presenta all'occhio dell'osservatore in un tripudio di oro che riveste i cinque ordini di palchi ed il loggione. Ogni palco è largo circa 2 metri. In origine avrebbe potuto accogliere oltre tremila spettatori, oggi dispone di circa 1300 posti a sedere. L'addobbo pittorico di Salvatore Valenti è incentrato su putti che reggono i numeri che contrassegnano i palchi; alle loro spalle uno scudo da cui si dipartono tralci fioriti e nastri.
Ernesto Basile, per gli arredi e le suppellettili, chiamò l'Impresa che faceva capo al designer modernista Vittorio Ducrot (*1867 +1942) di origini francesi.
LA CUPOLA
La loquace accompagnatrice ci rende edotti, altresì, di un meccanismo - avveniristico per l'epoca - che consente agli undici petali un movimento, in su e in giù, per assicurare adeguata aerazione e ventilazione della Sala.
Cupola: Diametro di ca. 29 metri. Copertura bronzea a scaglie losangate. In sommità svetta un enorme vaso di bronzo artisticamente lavorato. La struttura di metallo è sostenuta da giunti che favoriscono i piccoli movimenti di dilatazione e contrazione al variare della temperatura.
ANTIPALCO REALE
PALCO REALE
Il palco reale, collocato sopra l'ingresso, mostra - nel fronte "Sala" - una mirabile cornice lignea (con parti in stucco) dorata. La composizione, dello scultore e intagliatore Salvatore Valenti (*1835 +1903), presenta due grandi cariatidi che reggono dei vasotti, sopra i quali si dipana una quinta, con panneggi, nastri e cordoni, che culmina sotto le insegne coronate del Re. Alle estremità superiori sono due aquile inghirlandate.
L'interno del palco, di circa 28 mq, presenta due pareti curvilinee incorniciate di mogano e dipinte da Francesco Padovano con puttini che stringono oggetti simbolo del potere reale. Il ramo dalle grandi foglie, affrescato sul soffitto, è opera del 1899 di Ettore De Maria Bengler (*1850 +1938).
COSTUMI e ATREZZI DI SCENA
Esposizione di costumi del Corpo di Ballo.
La statua acefala del Commendatore
(personaggio del Don Giovanni di Mazart)
si presta per le foto ricordo.
Nell'immagine di fianco: due enormi guerrieri reduci di qualche scenografia.
La Macchina del vento.
SALA DEGLI STEMMI
La Sala degli Stemmi prende il nome dalle insegne nobiliari che si rincorrono lungo il perimetro della volta a padiglione. Gli spazi tra le aperture ad arco accolgono piccoli riquadri con eleganti ballerine. Il locale, evocativo di aristocratiche Famiglie siciliane, affianca la Sala Pompeiana e talvolta viene destinato a concerti per solisti o esigui gruppi di musicisti.
SALA POMPEIANA
La Sala Pompeiana si trova all'altezza del secondo ordine di palchi. Nelle foto sono visibili le numerose porte (ben quattordici) - divise e sovrastate da pannelli con decorazioni in stile - di cui solo 6 si aprono verso altri locali. A salire ammiriamo tre fasce della volta: l'azzurra con una teoria di putti impegnati a suonare strumenti musicali lungo l'intera circonferenza della sala rotonda; l'avorio, con una sequela di festoni; la dorata con 28 profili di uomini e donne inscritti in medaglioni alternati a puttini tra fiori e uccelli.
Seguono le 48 Baccanti che danzano in cerchio e i 14 ottagoni su fondo dorato recanti immagini allegoriche. Chiude il lucernario a ragnatela geometrica.
La graziosa guida, invita i visitatori a sperimentare il curioso fenomeno acustico per cui la voce di chi si pone al centro della Sala Pompeiana viene amplificata con una sorta di effetto moltiplicatore.
IL PALCOSCENICO DIETRO LE QUINTE
Attraverso stretti passaggi arriviamo sul palcoscenico... o meglio nella zona, dietro le quinte, solitamente nascosta ai non addetti ai lavori.
In quel momento le maestranze del Teatro stanno allestendo le scene dello spettacolo in cartellone sfruttando gli effetti offerti dalla piattaforma girevole.
RETROPROSPETTO
Dal retro è ben visibile la parte dell'edificio di forma cubica che accoglie la torre scenica con il palcoscenico e che si allarga nella grande Sala rotonda secondo i canoni delle antiche costruzioni di epoca romana che ispirarono G. B. Basile.
IL CAFFE'
Nei suggestivi spazi del pianoterra con accesso dalla villetta (lato destro), ha riaperto i battenti il Caffè del Teatro Massimo. Seicento metri quadrati coperti, più la zona esterna provvista di tavolini.
L'addobbo pittorico della sala più piccola - che ospita anche un bookshop - si deve al decoratore e scenografo Enrico Cavallaro (*1862 +1895), stile eclettico nonché valido interprete dell'ultimo liberty. L'attiguo salone, dalle dimensioni non molto dissimili da quelle del soprastante foyer, si presenta ammantato di intonaco candido che, unitamente al movimento delle volte ribassate, ai possenti pilastri di sostegno ed all'efficace gioco di luci, conferisce all'ambiente un'atmosfera dolcemente surreale.
In piena Belle Epoque (anni '20) i palermitani amanti del buon gusto (non solo gastronomico) affollarono il Caffè Ristorante ospitato in quei locali fino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Nel vano scale che collega le due parti del Bar-büvèt è esposta una coppia di foto dell'antico Punto di ristoro (interno ed esterno) - una del 1914, l'altra del 1921. Nelle altre pareti si possono ammirare una trentina di istantanee, fornite dall'archivio teatrale, che testimoniano il passaggio sulla ribalta del Massimo dei più bei nomi del mondo della lirica e del mondo concertistico (Callas; Pavarotti; Del Monaco; Il Maestro Abbado; ecc.), del balletto (Pina Bausch; Eleonora Abbagnato ed altri), dello spettacolo in genere... Il locale oltre a fungere da Buvette del Teatro è aperto alla cittadinanza.
Leo Sinzi
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