Leo Sinzi ripropone qui un suo post pubblicato su "Palermo e Dintorni ma anche" in data 4.6.2014.
L'ingresso delle Catacombe - al civico 110 di Corso Alberto Amedeo, dirimpetto al Bastione della Balata - si presenta alquanto anonimo. Una lapide al centro della parete rassicura il visitatore sul fatto di trovarsi effettivamente sopra quel millenario sito ipogeo. La scritta in latino ricorda che il vestibolo circolare (dietro quella porta), a cielo aperto, si deve alla munificenza di Ferdinando I di Borbone che lo fece realizzare nel 1785.
Nel vestibolo mi colpisce un manifesto, curato dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra - Città del Vaticano - Ispettorato per le Catacombe della Sicilia Occidentale (gestore del sito), che offre alla conoscenza dei visitatori notizie storiche e scientifiche, due antiche piantine di Palermo e la planimetria delle Catacombe (vedi foto sopra).
Un roccioso e confortante tunnel conduce nelle viscere della terra.
Mentre percorro il primo tratto della necropoli, vengo a sapere dalla gentile Guida che il complesso sotterraneo, in cui le prime comunità cristiane solevano seppellire i loro morti, si fa risalire, presumibilmente, al periodo tra il IV ed il V secolo d. C.. Esso si estendeva all'interno del banco calcarenitico compreso tra i fiumi Kemonia e Papireto (interrati nel XV secolo). Tracce della catacomba - nel '500 divisa in due dalle fondamenta del Bastione - sono state rinvenute nel 1739 sotto la Chiesa della Sacra Famiglia detta delle Cappuccinelle in via Papireto, in particolare una lapide funeraria (oggi custodita al Museo Salinas) recante un epitaffio dedicato ad una bambina di nome Maurica. I cunicoli sepolcrali si allungavano fino all'attuale Via Imera, distante qualche centinaio di metri verso sud-ovest.
Il lungo percorso è costantemente affiancato da loculi e cubicoli (piccole camere sepolcrali).
La galleria principale, che si allunga da est verso ovest, è intersecata da innumerevoli corridoi più piccoli che corrono da Sud verso Nord. In queste arterie furono ricavati, scavando la roccia, anche degli "arcosoli" in grado di accogliere molte salme che riposavano in loculi di misura adeguata ad adulti e bambini. L'arcosolio era costituito da un'arca sepolcrale incassata in una nicchia parietale. Destano la mia attenzione, per ovvie ragioni, i cubicoli a tre absidi e le fosse ricavate in alcuni spazi calpestabili. Incontro alcuni corridoi ostruiti da pilastri e da fondamenta di edifici soprastanti; altri sono dotati di archi di sostegno che consentono il passaggio. La leggiadra fanciulla, che mi fa da cicerone, informa che le catacombe, chiuse e dimenticate in seguito alla costruzione delle fortificazioni cinquecentesche, vennero in parte esplorate, nel XVIII secolo, dal Principe di Torremuzza Gabriele Lancillotto Castelli (1727-1794), numismatico, antiquario ed esperto di storia siciliana e due secoli dopo da studiosi tedeschi cui si deve la prima piantina del luogo. Un cubicolo reca tracce, appena visibili, di decorazioni: due colombi con un ramoscello d'ulivo. Nei pressi dell'antico ingresso di sud-ovest, un anfratto è occupato, in gran parte, da una sorta di massiccio tavolo in pietra sul quale - apprendo con stupore - i primi cristiani si dedicavano alle mense rituali. Dall'alto, di tanto in tanto, piove un raggio di sole che si fa strada nei i pozzi di aerazione scavati in verticale.
Alcuni pozzi sbucano in Via Giuffredi Argisto, dentro un "giardino" in trepida attesa di un tagliaerba.
Mi accomiato dalla mia cortese accompagnatrice e prendo la strada di casa. Il vento, alle mie spalle, scuote una vermiglia macchia di bouganville.
Leo Sinzi
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