Leo Sinzi ripropone qui un suo post pubblicato su "Palermo e Dintorni ma anche" in data 6 Aprile 2009.
Al civico 100 di Corso Calatafimi, l'androne, che s'apre su un baglio, conduce innanzi ad uno dei più pregevoli monumenti dell'epoca normanna: la Cuba.
Il monumento, che risale al XII secolo, presenta molte analogie con la coeva Zisa:
realizzata su impulso del del re Guglielmo II ("il Buono");
da architetti e maestranze nordafricani;
sorgeva nel Genoardo (Paradiso sulla terra), parco reale ricco di ruscelli, laghetti, giardini fioriti, boschi popolati da selvaggina;
era circondato da un bacino artificiale che assicurava l'umidità per rinfrescare gli ambienti;
ha forma cubica interrotta sui quattro lati da torrette;

le facciate abbellite da arcate cieche a doppia ghiera su finestre parimenti cieche;

il parapetto d'attico reca una epigrafe in arabo fatimita con caratteri cufici che Michele Amari così interpreta: "(Nel) nome di Dio clemente e misericordioso. Bada qui, fermati e mira! vedrai l'egregia stanza dell'egregio tra i re di tutta la terra Guglielmo II. Non v'ha castello che sia degno di lui... Sia lode perenne a Dio! Lo mantenga ricolmo e gli dia benefici per tutta la vita".

La Cuba, detta "sottana" per distinguerla dalla "soprana" (più piccola) ubicata a poca distanza, si presenta ai visitatori con tre ambienti intercomunicanti. Quello centrale, scoperto, rivela tracce di un impluvio stellare. Tale atrio era decorato con muqarnas (semicupole ad alveare), delle quali solo una è ancora visibile.

Il palazzo che, probabilmente, veniva utilizzato dal sovrano, durante le battute di caccia, come piacevole soggiorno diurno, nel tempo ha subito diverse traversie: devastato dagli angioini, ridotto in lazzaretto durante la peste di fine '500 e caserma di cavalleria al tempo dei Borboni.
Lo Stato lo acquisì nel 1860 per cederlo infine alla Regione Siciliana.
Gran parte della fama della Cuba si deve al Boccaccio che vi ambientò la sesta novella della quinta giornata del Decamerone.
La Cuba nel dipinto che orna una parete di Villino Ida, del Basile.
Leo Sinzi
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